Giuseppe Pella

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NATO IL 18-04-1902
MORTO IL 31-05-1981
Italia  Parlamento italiano  

Giuseppe Pella è stato un politico italiano. È stato il 2º Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. È stato deputato all'Assemblea Costituente dal 1946 al 1948, deputato dal 1948 al 1968 e senatore dal 1968 al 1976. Inoltre fu Presidente del Consiglio dei ministri nel periodo dal 17 agosto 1953 al 18 gennaio 1954 e più volte ministro.
Pubblicato il 06/08/2013
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Postato il 31/05/2016

“Sappiate che nulla di ciò che ha radice nel cuore è perduto o verrà dimenticato”.
Infinita Memoria
Postato il 06/08/2013

Tra le personalità politiche più popolari nell'Italia del dopoguerra, a Pella è stata intitolata una piazza a Roma davanti alla vecchia sede del ministero delle Finanze all'EUR, dove sorge anche un suo busto.
Saro
Giuseppe Pella (Valdengo, 18 aprile 1902 – Roma, 31 maggio 1981) è stato un politico italiano. È stato il 2º Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. È stato deputato all'Assemblea Costituente dal 1946 al 1948, deputato dal 1948 al 1968 e senatore dal 1968 al 1976. Inoltre fu Presidente del Consiglio dei ministri nel periodo dal 17 agosto 1953 al 18 gennaio 1954 e più volte ministro.

Biografia
Laureato in Economia e commercio, insegna contabilità nazionale nelle Università di Roma e di Torino. Subito dopo la Liberazione aderisce alla Democrazia Cristiana, schierandosi con l'ala "destra" del partito. Ricopre il suo primo incarico governativo come sottosegretario alle Finanze (II e III governo De Gasperi) e nel IV governo De Gasperi è ministro delle Finanze.
Nei successivi governi dello statista trentino è ministro del Tesoro (V, VI, VII, VIII, 1948-1953), ricoprendo in alcune fasi anche l'interim del Bilancio; in questa veste persegue una politica liberista e monetarista, in continuità con la linea tracciata da Luigi Einaudi. Viene duramente criticato dalle sinistre d'opposizione (PCI e PSI) e anche dal gruppo di Dossetti, La Pira ed Vanoni.
Gli esperti americani del piano Marshall, giunti a Roma per controllare l'utilizzazione dei fondi, rimasero sconcertati del fatto che non un dollaro era stato speso per una politica di spesa pubblica di stampo rooseveltiano: i fondi erano infatti stati utilizzati esclusivamente per mettere ordine nella finanza pubblica e per stabilizzare il bilancio dello Stato seguendo il pensiero di Luigi Einaudi.
Dopo la crisi politica del 1953, con il fallimento dell'ultimo governo di Alcide De Gasperi (che non ottiene la fiducia), il 17 agosto 1953 il presidente della Repubblica Einaudi, che è stato suo insegnante all'università, lo incarica di formare un governo di cui viene sottolineata la provvisorietà; è denominato infatti governo d'affari o governo amministrativo il cui unico compito è quello di arrivare all'approvazione della legge di bilancio (che all'epoca doveva avvenire entro il 30 ottobre di ogni anno), senza nessuno scopo politico. A rafforzare il carattere tecnico del gabinetto, ne sono chiamati a far parte alcune personalità estranee alla politica (l'avvocato dello Stato Salvatore Scoca alla Riforma burocratica, l'alto magistrato Antonio Azara alla Giustizia, l'ingegnere Modesto Panetti alle Poste, eccetera).
In tale esecutivo Pella assume l'interim degli Esteri e del Bilancio. Come ministro degli Esteri ha uno scontro con il presidente jugoslavo Tito, il quale minaccia di annettere Trieste alla Jugoslavia. Pella minaccia di inviare le truppe sul confine orientale. La crisi che poteva sfociare in un confronto militare venne fatta rientrare dopo molti sforzi diplomatici delle potenze occidentali.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Questione triestina.
Il suo interventismo suscitò reazioni opposte in Parlamento e negli organi di stampa: monarchici e MSI lo sostennero, i partiti di sinistra, e soprattutto il PCI, lo accusarono di nazionalismo. Buona parte della DC rimase fredda anche perché i governi di Londra e di Washington volevano mantenere buone relazioni con la Jugoslavia anche a costo di penalizzare l'Italia. Gli organi di stampa più sensibili alla questione dei confini orientali, invece, additarono Pella come un patriota e come statista coraggioso. Buona parte dell'opinione pubblica apprezzò il suo operato.
Pella si dimise il 12 gennaio 1954.
Dopo l'esperienza alla guida del governo, si dedica all'attività di partito partecipando alla fondazione di una corrente di destra, "concentrazione", alla quale aderisce, tra gli altri, Giulio Andreotti. In tale veste, è uno dei promotori dell'elezione di Giovanni Gronchi alla Presidenza della Repubblica contro il candidato del segretario della DC Amintore Fanfani, che è l'indipendente Cesare Merzagora. Eletto Gronchi, Pella è candidato naturale alla Presidenza del Consiglio, ma il nuovo presidente della Repubblica gli preferisce Antonio Segni.
È ministro degli Esteri nel governo Zoli, in cui è anche vice presidente del consiglio (19 maggio 1957 - 1º gennaio 1958) e nel secondo governo Segni (15 febbraio 1959 - 23 marzo 1960), e ministro del Bilancio nel terzo governo Fanfani (26 luglio 1960 - 21 febbraio 1962).
Ostile alla politica fanfaniana di alleanza col PSI, a partire dal 1962 decide di tenersi in disparte. Torna al governo come ministro delle Finanze nel primo governo Andreotti (17 febbraio - 28 giugno 1972), un monocolore DC che, non avendo ottenuto la fiducia, si limita a gestire gli affari correnti fino alla convocazione delle nuove Camere e alla costituzione del nuovo governo.
Nel corso degli anni settanta, è presidente e poi presidente onorario dell'Ania (Associazione nazionale fra le imprese di assicurazione).

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